Tappa 7: dal Santuario di Paterno a Cosenza


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Dati tecnici

Lunghezza: 18,400 km
Difficoltà: Facile

Dislivello in salita: 400 m
Dislivello in discesa: 800 m

Note: Tappa con tanta discesa e poca salita, in gran parte su strade asfaltate di campagna.
Quota minima: 235 m slm
Quota massima: 665 m slm

Fondo: 90% asfaltato, 10% sterrato

Acqua potabile:
Fontana Paterno (0 km),
Fontana Albo (7,3 km),
Fontana Portapiana-SP241 (16,2 km),
Fontana Portapiana (16,7 km).

Località di partenza

Paterno Calabro (660 m slm)

Località di arrivo

Cosenza (235 m slm)

Territori comunali attraversati

Paterno Calabro, Cosenza.

Punti di interesse

  • Antico Acquedotto per mulino, località Fiego;
  • Centro storico di Cosenza;
  • Convento di San Francesco di Paola, Cosenza.

Percorso

Tappa facile. Parte dal Santuario di Paterno Calabro (660 m) e raggiunge il convento di S. Francesco (235 m) nel centro storico di Cosenza. Fontane frequenti.

Per i primi 2,6 km si percorre a ritroso la strada della tappa precedente sulla SP 79. Al primo incrocio si piega a destra prendendo la SP79dir, che procede in lieve discesa fino al ponte sul Torrente Iassa, dove si svolta a sinistra. Da qui la strada comincia a salire verso località Fiego, passando nei pressi dei resti di un antico acquedotto ad arcate in pietra per mulino. Si continua sulla via principale, tra uliveti e vigneti, fino al caseggiato di località Albo (520 m) dove, all’altezza di una curva con un’edicola votiva e una fontanella, si gira a sinistra per una stradina secondaria. Si prosegue in discesa e, superato un viadotto autostradale, si prende un sentiero sterrato sulla sinistra che in breve conduce al guado del Torrente Albicello (380 m).

Superato il corso d’acqua si sale per tornanti, tra casolari, coltivi e vigneti di località Timpa di Mola, fino a raggiungere la via asfaltata su un morbido crinale. È la zona delle colline di Donnici, frazione di Cosenza rinomata per il buon vino che qui si produce. Al termine della salita si svolta a sinistra, proseguendo su Via Giovanni Macchione, che per 3 km continua pressoché pianeggiante, attraversando le contrade cosentine di Cozzo del Monaco e Pigna (530 m) e poi in discesa tra gli uliveti delle contrade Diodato e Tenimento.

Ormai alle porte di Cosenza, subito dopo una fontanella ci si innesta su un tornante della SP241 svoltando a destra. Si percorre la provinciale per 200 m, e al Conservatorio si piega a sinistra per il basolato in pianura di via Portapiana, quartiere sommitale del centro storico posto su un fianco di colle Pancrazio (uno dei sette colli di Cosenza) dove sorge il castello normanno-svevo. Si continua in discesa per Via Antonio Siniscalchi e alla Fontana dei Tredici Canali si piega a sinistra tra le chiome degli alberi della Villa Vecchia, che conduce nella Piazza del Teatro Rendano. Si scende per Corso Telesio e 150 m dopo il Duomo si svolta a destra, per il Ponte dei Pignatari sul Fiume Crati, sino al fine tappa del Convento di San Francesco di Cosenza (235 m).


Foto



Mappa ed altimetria




L'episodio della tappa

L’amicizia tra San Francesco di Paola e Francesco Florio, nobile di Cosenza
Originario di Cosenza, il nobile Francesco Florio si recava spesso a Paterno e a Spezzano mentre erano in corso i lavori di costruzione dei conventi. Dalla testimonianza che ci ha lasciato, emerge come fra lui e il Paolano vi fosse una bella relazione di amicizia. Il giovane era attratto dalla figura misteriosa del Frate, si intratteneva in dialogo con lui, si metteva spesso al suo servizio facendogli anche da messaggero e si dilungava volutamente ad osservarlo, tanto da tramandarci descrizioni particolareggiate. Dice, infatti, che Francesco di Paola viveva in totale povertà, che il suo giaciglio era costituito da una tavola e da una tegola, che viveva la preghiera in maniera talmente intensa da non sentire la voce di chi gli stava accanto o il freddo della neve che gli cadeva addosso. Nei suoi soggiorni a Paterno, il nobile cosentino ha anche avuto modo di notare dei segni singolari: il profumo di erba fresca che emanava il suo corpo, anche quando lavorava duramente, e la pelle delle mani e dei piedi, che appariva vellutata sebbene camminasse scalzo nei rovi e nel bosco per raccogliere legna da utilizzare per la costruzione del convento.